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19/11/2009
 

 

 

 

Un momento per camminare, un momento per voltarsi, uno per guardare fuori. Respirare la nebbia riempie i polmoni. Ti gela la gola, ti storpia le narici. Ti affonda i pensieri nella testa, li fa scendere fino allo stomaco. Li spinge, più in basso ancora. Tutti si aggroviglia, si annoda strada facendo. Finché una massa informe non ti si attacca alle gambe. Sbatti i talloni. E la nebbia si fa ancora più fitta. Lontana, assorta, sprofondata nelle scomode poltrone di un volo rapido. Diretta senza scalo. Nascondo le pagine che leggo e che il mio vicino sta sbirciando. Allargo con sforzo le dita di una mano, fino a coprire la copertina. Gelosi di un titolo. Può sembrare così inutile, alla gente distratta. Delle volte le cose che accadono sono davvero strane. Come trascorrere un lungo tempo alle prese con una obbligata anaffettività. Una violenza a sé stessi ed alla propria natura. E poi all’improvviso ritrovarsi un giorno come un altro con il collo della bottiglia finalmente libero del tappo. Agitarla, e non riuscire a far venir fuori niente di buono. Reclinarla e non riuscire a far defluire il contenuto. Il bicchiere in mano vuoto che aspetta di essere riempito. E tu che ti chiedi chi sarà mai stato a bere prima di te. È il silenzio che produce un bisogno inespresso. Ed il bisogno inespresso conduce alla disperazione di non saper comunicare quando vorresti farlo. Possono accadono cose davvero strane. Pensaci, pensaci bene. È come essere legati mani e piedi per lunghi giorni, e poi una volta ritrovata la libertà non riuscire a muovere un passo o a fare un cenno di saluto. Le cose possono trasformarsi, mutare come la pelle di un animale ciclicamente o possono morire e poi rinascere. Tutto subisce il cambiamento, dalla materia alle stagioni. E se la ricostruzione non è perfetta, se vi resta anche soltanto una briciola, un minimo segno di quanto sostanziava ciò che c’era prima della distruzione, tutto diventa come una crepa interna al vetro. Basta un piccolo tocco, anche solo sfiorarlo, e poi raccogliere i cocci di qualcosa che credevi fosse nuovo. Ed invece altro non era che vecchio rivestito di abiti già usati. Volevi sapere cos’è l’inquietudine. È un pensiero che muore subito dopo esser stato partorito, perché si nutre solo di ciò che sta dentro e nessuno può cibarlo al posto tuo. Muore non appena vede la luce. A contatto con l’aria. Ascoltando le voci estranee. Facendosi toccare da mani sconosciute. Come tutte le cose preziose.

 

 

 

 


Messo giù con inchiostro rosso

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